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NARRIAMOCI 2017 - Racconto primo classificato
Giulianova, 25-05-2017

Circolo virtuoso Il nome della Rosa

Giulianova Alta, Via Gramsci 46/a

 

Info Line 338/9727534

 

Sabato 29 aprile ORE 21,30

READING

“NARRIAMOCI”

Reading conclusivo dei partecipanti al corso di

“Scrittura creativa - Cedi le redini"

 

 Racconto primo classificato

“Blues in green”

Valeria SHU

 

Alex si svegliò. Si alzò cautamente e si strofinò con le mani la faccia. Prese la sveglia. Segnava le cinque e trentaquattro. Si girò. Osservò i lunghi capelli biondi posati sulla schiena nuda e sinuosamente perfetta di Grazia, no… Gaia, no… Giada… Bah, non importava! Non si ricordava mai il nome delle donne che gli concedevano una calda e soprattutto non solitaria compagnia notturna. Si stirò le braccia e sfilò una sigaretta dal pacchetto di Cesterfield rosse. La accese e scivolò in cucina. Riprese la maglietta, si infilò i jeans e sgattaiolò via dalla camera d’albergo. Non gli erano mai piaciuti gli addii né tanto meno le domande convenevoli del tipo “quando ci rivediamo?” oppure “sei stato bene questa notte?” o peggio ancora “mi telefoni?”.

Eppure dentro di sé qualcosa era cambiato. Si sentiva un emerito idiota. Quegli occhi verdi non li avrebbe dimenticati facilmente come accadeva quando si scopava una puttana.
Uscì dall’hotel e salì velocemente in macchina. Il viale alberato era avvolto da una leggera coltre di nebbia fina che aveva opacizzato i vetri della sua LanciaY. Mise in moto e si avviò per ritornare a casa, lasciando volteggiare le foglie secche sull’asfalto dietro di sé.

Erano le due e mezza del pomeriggio. Delle grandi e dense nubi grigie si accartocciavano nel cielo plumbeo preannunciando la pioggia. Alex ordinò il suo solito Jack Daniel’s al bancone del bar. Calò giù un unico sorso e poggiò la banconota sotto il bicchiere vuoto. Controllò l’orologio al polso. Prese la custodia di pelle monocromatica del sassofono, si infilò il borsalino nero di feltro e si tastò accuratamente la giacca. La Colt calibro trentotto era al suo posto. Varcò la soglia e si diresse con passo svelto ma poco sospetto alla stazione ferroviaria. Appena giunto lì iniziò a visionare la bacheca degli annunci che si trovava di fianco alle tabelle degli orari dei treni. Non c’era nessun lavoro per lui. Si finse interessato ad un annuncio di un ragazzo che cercava un coinquilino per dividere le spese dell’affitto. Si voltò per proseguire e urtò contro un uomo incravattato. Era abbastanza alto e di costituzione robusta. Poteva avere all’incirca quarant’anni. Aveva sottili sopracciglia inarcate e radi capelli neri incollati al cranio che terminavano in un piccolo codino appena sotto la nuca. Aveva le unghia delle mani cortissime e smangiucchiate. Indossava un montgomery blu pulitissimo, appena uscito dalla tintoria.
- Le domando scusa, non l’avevo vista -  disse rivolgendosi ad Alex.
Alex non rispose ma si limitò a fare un cenno di assenso col capo. Avanzò per qualche metro e si nascose dietro il colonnato che delimitava il primo binario. Già che era lì, avrebbe atteso di scoprire se quell’uomo distinto poteva essere il suo prossimo cliente. L’uomo prese dalla tasca dei pantaloni il portamonete, pescò dallo scomparto delle banconote un foglietto e lo attaccò con una puntina sulla bacheca di sughero marcio. Si fermò per un attimo a fissare quel biglietto, come a controllare che fosse provvisto di tutto e poi si allontanò, mescolandosi alla folla.

Alex attese qualche secondo e poi tornò davanti alla bacheca. L’aveva previsto. Quell’uomo cercava proprio lui. Il biglietto era stato appeso all’orario giusto (dalle 14.00 alle 15.00) del lunedì e recava la simbologia della richiesta di lavoro: tre croci in alto a sinistra, tre in basso a destra, il numero di telefono del cliente e la scritta “PULIZIE”. Alex lo strappò via senza che nessuno dei passanti se ne accorgesse.
I clienti non lo conoscevano, né mai lo avrebbero visto. Lavorava da solo nell’anonimato. Lui era un professionista. L’ingaggio avveniva così e il resto del lavoro con telefonate anonime. Non voleva sapere nulla del cliente, né della vittima e neanche del movente. Non mischiava il lavoro con la conoscenza dei fatti. A lui importava solo ricevere l’assegno con sei zeri sulla destra a lavoro finito. Alex non lasciava traccia. Eseguiva il suo lavoro con egregia ed esagerata precisione. Non chiedeva subito il saldo. Aspettava pazientemente. Sapeva che alla fine lo avrebbero pagato. Ne era certo. Ed era così. Come si poteva essere in debito con un fantasma? La pena sarebbe stata la persecuzione. La sua ombra d’angelo e demone si sarebbe eretta sopra i suoi liberati clienti condannati.

Tuonò. Aveva cominciato a piovere. Alex rientrò in casa. Si tolse la giacca. Posò sul tavolo la custodia del sassofono e il fodero con la pistola e si accese una sigaretta. Le casse del suo vecchio stereo portatile riempirono la stanza delle note di Blue in Green di Miles Davis. Prese dalla tasca della giacca l’incarico del suo nuovo cliente e inspirando una boccata fissò il numero di cellulare. Spense il mozzicone e gettò l’incarico sul tavolino. Sprofondò nel divano malconcio e schiumante di gommapiuma mentre la sua mente tornò a quella notte trascorsa con Grazia-Gaia-Giada. Ripensò al loro incontro al bancone del bar. Le luci erano soffuse. Lui aveva ordinato il suo solito whiskey ed aveva appena finito un lavoro. Aveva ammazzato un uomo grasso. Lei si era avvicinata chiedendogli del fuoco. Si era girato e le aveva acceso la sigaretta che teneva su quelle dita affusolate. La guardò e si immerse nel verde dei suoi occhi. Era una di quelle donne che sanno comunicare la loro voglia di scopare senza bisogno di parole. Quella donna lo aveva rimbambito. Sapeva bene che non poteva mischiare il lavoro con i sentimenti, se mai ne stesse provando qualcuno. Lui era un professionista. Si addormentò.
Quando si risvegliò era già notte. Spense lo stereo arrugginito e tornò al bar dietro l’angolo.

L’incarico restò abbandonato al suo posto.

Entrò al bar. Si guardò intorno cercandola. Nell’ultimo tavolo del piccolo e caldo localino la vide. Era sola, lì seduta con la schiena diritta e il mento in avanti che sorseggiava un bourbon con quelle labbra rosse e carnose. Alex avanzò e si sedette di fronte a lei. Chiese a un ragazzo di portargli il solito. Poi tirò fuori l’accendino. Lei sfilò la sigaretta e l’accese. Si guardarono occhi negli occhi. Alex si fece trascinare nuovamente da quel verde. Giada. Ricordò il suo nome. Non gli era mai accaduto di andare a letto con la stessa donna e nello stesso albergo.

Alle sette e mezza del mattino Alex fece ritorno al suo silenzioso e solitario appartamento. Nei suoi pensieri c’era ancora lei. Sulla pelle ancora il suo profumo. Non gli era mai successo di far aspettare un cliente troppo a lungo. Era giunto il momento di mettersi al lavoro. Prese il telefono truccato, compose il numero e attese. 

- Pronto? - disse la voce maschile.

- Pronto. Le servivano delle pulizie? - disse Alex.

Sentì il rumore di una porta che si chiudeva. Poi l’uomo disse a bassa voce:

- Sì, avrei bisogno di pulizie -.

- Bene, - disse Alex – Mi dica dove e quando -. 

L’uomo cambiò tono di voce, era freddo e carico di vendetta:

- In Via Manzoni, al numero 34, terzo piano. Alle nove del mattino. Lei esce di casa a quell’ora per andare a lavoro, quindi trova la casa libera per poter… pulire -.

Alex restò perplesso. Lui non uccideva né donne e né bambini. Non volendo constatò ad alta voce:

- Lei? Dunque è una donna… -.

- Sì, ma mi creda, è una gran troia! - rispose rabbioso.

Alex si rese conto che gli era sfuggita una parola di troppo e si affrettò a concludere:

- Va bene. Troverà l’appartamento pulito dopo quell’ora. Verrà contattato per il saldo a lavoro finito –

- Molto bene. Arrivederci - rispose l’uomo soddisfatto.

E riagganciò.

Alex pensò che l’importante era incassare. Si sarebbe fatto pagare di più.

Mercoledì mattina. Ore nove in punto. Alex era sdraiato sulla cima del palazzo in Via Manzoni antistante l’edificio che recava il numero 34. Con un occhio chiuso teneva la mira con il fucile da tiro.

Quella mattina si era svegliato presto. Si era lavato e si era vestito di nero. La sera prima aveva preparato la sua attrezzatura, l’aveva pulita per bene. Aveva riposto dentro la custodia del sassofono la canna e il calcio del fucile, il silenziatore, il mirino, il tripode del cavalletto e le cartucce.

Adesso era pronto. Stava solo aspettando l’attimo in cui la donna sarebbe uscita dal suo appartamento. Un solo colpo e diventava ricco. Dei miseri secondi per guadagnare soldoni.
Eccola che usciva, elegantissima. Capelli lunghi biondissimi, il viso nascosto dietro a grandi occhiali da sole. Alex mise a fuoco. Non credeva al suo occhio vigile. Era lei: Giada. Richiuse lo sportellino del mirino. Lei era già salita in macchina. E lui restò steso lì, steso a terra, con il sudore che gli imperlava la fronte.  Pietrificato, come una delle sue vittime nel momento in cui venivano beccate dalla pallottola.

Dei miseri secondi per essersi giocato tutti i soldoni.

Ripose in fretta tutta l’attrezzatura all’interno della custodia del sax. Mentre camminava con passo concitato verso il suo appartamento, Alex iniziò a tribolarsi. Lui non uccideva donne. Sicuramente non avrebbe potuto uccidere lei.  Si pose tutta una serie di domande “Perché quel ragazzo vuole ucciderla? Cosa ha a che fare con lei? Chi è lei?” e nello stesso momento pensò di non essere professionale. Non si era mai immischiato negli affari dei clienti. Si rese conto che si stava preoccupando delle ragioni per cui doveva eliminare quella bellissima donna. Ma lui era un fottuto professionista! Non doveva farsi coinvolgere. Non lo aveva fatto fino a quel momento e non sarebbe successo.
Era giunta la notte. Dopo aver fatto una doccia calda, Alex si stese sul letto. Non dormiva mai bene. Aveva sempre un occhio aperto. Si alzò e mise su In a sentimental mood di John Coltrane. Si sentiva un coglione! Ma doveva portare a termine il lavoro. Prese una birra dal frigo.

“Un solo colpo. In piena fronte. Non soffrirà” pensò. Le avrebbe almeno risparmiato questo.

Il giorno seguente Alex si presentò nuovamente in Via Manzoni, 34. Non portava l’attrezzatura con sé. Solo la sua Colt sul fodero nascosta sotto la giacca. Erano quasi le nove. Aspettò che qualcuno uscisse dal palazzo per poter raggiungere l’appartamento di Giada, senza dover suonare dal portone d’ingresso dell’edificio. Non attese a lungo. Un signora con in braccio un bambino uscì. Alex, senza farsi vedere, riuscì ad intrufolarsi. Salì la rampa di scale velocemente fino al terzo piano. Trovò il nome di Giada sul campanello. Suonò. Nessuna risposta. Suonò di nuovo. Adesso sentiva un rumore di tacchi che si avvicinavano. E lei aprì la porta.

- Alex? Ma cosa diavolo ci fai qui? - disse stupita.

Alex entrò senza chiedere il permesso e chiuse la porta. Strinse a sé Giada e le puntò la pistola alla tempia.

- Dovevo vederti. Non voglio farti questo. Ti dirò chi sono. E devi promettermi che lascerai questa città. Sei in pericolo -. Ad Alex iniziarono a tremargli le mani e la voce si spezzò.
Giada scoppiò in una risata diabolica.

- E tu saresti il miglior sicario della zona? Sei soltanto un coniglio Alex! -
Alex la lasciò andare, spingendola. Il suo corpo era in preda a tremori e l’ansia gli stava divorando il petto. Non capiva.

- Come? Sai chi sono? - disse Alex abbassando la Colt.

- Sì, sei solo un pivello! - Giada fece un rapido scatto all’indietro e tirò fuori la sua semiautomatica. Adesso era Alex ad essere nel mirino.
- Ma io non avrei mai potuto ucciderti - disse Alex incredulo e disperato.
- Ah, lo so bene. Per questo il piano è riuscito alla perfezione. Anche se mi aspettavo qualcosa di meglio -. disse Giada e gli sparò. Gli sparò dritto al cuore, senza esitazione. Alex cadde a terra. Riusciva a sentire lo scorrere del sangue pulsante mentre la linfa vitale lo abbandonava. Le sue orecchie riuscivano a sentire Smoke gets in your eyes di Coleman Hawkins. Fissò Giada negli occhi. Non erano più verdi. Tutto si fece buio.
Giada prese il telefono: - Pronto? Lavoro compiuto -.

- Sicura? - disse la voce maschile.

- Più che sicura - disse Giada, guardando gli occhi aperti del cadavere di Alex.

- Bene piccola, adesso le pulizie sono solamente nostre. Riposati. Farò passare qualcuno per farti lavare lo sporco. Sei stata fantastica! -.

Dette quelle parole, l’uomo chiuse la conversazione. Si alzò dalla poltrona, si sistemò la cravatta davanti allo specchio e tirò indietro i capelli neri legandosi il codino.
- Mai cedere alle debolezze - disse alla sua immagine riflessa.

  


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