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Il ladro di parole
INSERITO IL 25-04-2010

Circolo virtuoso Il nome della Rosa

Giulianova Alta, Via Gramsci 46/a

 

Info Line 338/9727534

 

Venerdì 23 ORE 21,30

NARRATIVA

Presentazione del libro

“IL LADRO DI PAROLE”

Incontro con:

ELENA MAFFIOLETTI

A cura di:

Simone GAMBACORTA 

 

Il ladro di parole

Intervista a Elena Maffioletti

Simone Gambacorta

 

Venerdì 23, alle 21:30, Elena Maffioletti sarà al Circolo per presentare “Il ladro di parole”, il  suo nuovo romanzo edito da Fernandel. La storia è quella di Barbara, scrittrice in crisi creativa, e della sua assistente Betta. Le due si troveranno a fare i conti con un intruso, un uomo misterioso che, schermato dietro le maschere della tecnologia, s’insinuerà nel loro rapporto e darà avvio a una pericolosa partita a tre. In questa intervista, Elena Maffioletti dà alcune anticipazioni sul libro.

 

I primi personaggi che incontriamo nel romanzo sono due donne, Barbara e Betta…

 

«Barbara è una scrittrice di successo e Betta la sua collaboratrice più stretta. Il romanzo, almeno nella fase iniziale, è tutto al femminile».

 

Quale delle due è stata più difficile da “raccontare”?

 

«Quando ho iniziato a scrivere “Il ladro di parole”, il personaggio di Betta era solo un’ombra, un’idea appena accennata. Ha cominciato a delinearsi man mano che prendeva corpo la figura di Barbara, e non a caso, perché di Barbara, in fondo, rappresenta il controcanto.  Quindi raccontare l’una era funzionale a narrare l’altra».

 

Le due amiche condividono una difficoltà legata alla scrittura…

 

«Barbara attraversa un periodo di forte crisi creativa. E’ una donna di grande personalità, disincantata quanto basta, abituata alla notorietà. L’ansia davanti alla pagina bianca è un sentimento sconosciuto e terrificante che le cambia la vita. Betta, che è la sua editor-segretaria, non può che condividerlo, anche se in modo meno emotivo. Magari con una punta di soddisfazione, perché il sentimento di rivalsa fra le due è sempre latente». 

 

Poi arriva un uomo...

 

«E’ l’uomo misterioso, il “giocatore invisibile” che ogni volta spiazza e rilancia le sue carte. Lo aiuta il mezzo telematico, la posta elettronica gli consente di infilarsi nell’esistenza di Barbara e Betta in tempo reale. Per chi vive  di parole, un’interferenza fatta di parole è reale come la vita stessa».

 

A questo punto scatta un gioco che tanto gioco non è.

 

«E’ un gioco molto serio. Gli equilibri si modificano, soprattutto tenuto conto che il romanzo è incentrato sul senso del possesso: il manoscritto, sotto questo aspetto,  è un “corpo” tale e quale a quello di Betta lusingata dall’attenzione dello sconosciuto. E Barbara è colei che viene “derubata” e “violata”».

 

Cosa ha significato raccontare i rapporti tra questi personaggi?

 

«Ha significato giocare su tre tavoli diversi contemporaneamente, perché sono  personaggi alla pari, di forte personalità dal punto di vista narrativo. Una  bella prova».

 

Quanto tempo ha lavorato al romanzo?

 

«Per motivi logistici non scrivo sistematicamente e comunque non più di due-tre ore al giorno. Diciamo che ho lavorato per circa un anno. Poi è arrivato il tempo delle revisioni, che sono state parecchie».

 

Mentre scriveva, è accaduto che la trama, o addirittura gli stessi personaggi, la sorprendessero “pretendendo” di imboccare direzioni che non s’aspettava?

 

«Sì, questo mi succede spesso. Lascio sempre una grande libertà ai miei personaggi. Sono loro che conducono me e non viceversa. Ma ovviamente sono io che creo le premesse, quindi escono tutti dalla stessa stazione, anche se i binari poi divergono».

 

James Wood, un critico americano, in un suo recente libro ha scritto che la letteratura insegna soprattutto a «notare» le cose. È d’accordo?

 

«Sì. Ed è solo dopo averle notate che si possono osservare. L’osservazione, in letteratura come nella vita, non è mai neutrale, neppure quando lo si vorrebbe. Il taglio visivo, la prospettiva attraverso la quale vediamo il dettaglio, già racconta una storia». 

 

Che cos’è secondo lei un romanzo che cos’è? Glielo chiedo perché ne ha scritti tre.

 

«E’ un’avventura. Un salto nell’ignoto. Un luogo “altro” dove vivere altre vite, divertirsi, appassionarsi, soffrire, riflettere. Credo che l’identificazione sia un passaggio fondamentale per il buon esito di un romanzo, sia esso di puro intrattenimento o di alta letteratura. L’animo del lettore deve vibrare».

 

Mi dà una brevissima definizione per ciascuno dei suoi libri?

 

«“Sotto il cielo d’aprile”: un libro di  Storia e di memoria; “Le prigioni del verde”: elogio di svariate passioni,  fra cui la poesia;“Il ladro di parole”: ovvero la fatica di scrivere».

 

Si dice che la scrittura cambi chi la vive, chi la fa. Che cosa le hanno insegnato, su di sé e sulla vita, i tre romanzi che ha scritti?

 

«Con la scrittura ho un rapporto di immediatezza. Per me è un modo di essere, quindi mi è difficile rispondere a questa domanda. Forse quello che rimane è un approfondimento della prospettiva, la consapevolezza che nella vita esistono tante dimensioni nascoste, tutte da scoprire e dalle quali imparare sempre qualcosa di nuovo.  In automatico si impara ad interrogarsi, ad andare oltre l’apparenza. E non è poco».



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